Intervista a Paolo Stern: le PMI non sono alla ricerca di sostegni infiniti

NexumStp S.p.A.

di NexumStp S.p.A.

Un’alleanza fra persone che dà vita a una promessa condivisa, a un impegno leale e trasparente, fonte di crescita ed evoluzione reciproche.

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Per la serie BlastingTalks intervistiamo Paolo Stern, founder & managing partner di Nexumstp. La società di consulenza è un aggregatore di conoscenze al servizio delle piccole e medie imprese e delle organizzazioni profit e non profit, creato per sostenerle nelle sfide quotidiane e per guidarle nel futuro puntando sull’innovazione.

Blasting Talks è una serie di interviste esclusive con business e opinion leader nazionali e internazionali per capire come la pandemia di coronavirus abbia accelerato il processo di digitalizzazione e come le aziende stiano rispondendo a questi cambiamenti epocali. Leggi le altre interviste della serie sul canale BlastingTalks Italia.

Partiamo da Nexumstp: vi definite un aggregatore di conoscenze dedicate alla piccola e media impresa, quali sono le vostre principali aree di attività?

Siamo una società tra professionisti per definizione pluridisciplinare. Cerchiamo di sostenere le PMI nella crescita del loro business e tutti i nostri servizi sono orientati in questo senso. Le aree di attività principali sono quelle relative alla consulenza del lavoro, alla consulenza fiscale e societaria e alla sicurezza del lavoro. Si tratta di macroaree all’interno delle quali troviamo poi numerosi altri servizi: dalla gestione di percorsi formativi al supporto alla start up, dalla selezione del personale alla pianificazione finanziaria e gestione tesoreria.

E quali sono i valori alla base del vostro modo di operare?

Il nostro nome (Nexum) richiama ad un istituto di diritto romano che esprimeva un vincolo fortissimo tra creditore e debitore. Il nesso fiduciario forte con i nostri assistiti è la nostra prima linea guida e valore. Ci siamo dati poi un impianto di regole rigide per garantire un operato rispettoso dei principi di legalità che esprimiamo. Non da ultimo il nostro agire, sia interno sia esterno, è improntato ai principi della responsabilità sociale d’impresa.

Rispetto alle tematiche di cui vi occupate, qual è stato l’impatto del coronavirus per i vostri clienti e come sono cambiate le richieste di consulenza?

Il cambiamento di maggior impatto consiste nella modalità in cui le attività sono rese. Ormai si privilegiano, ove non ci siano effettive necessità specifiche, incontri virtuali rispetto a quelli fisici. Molte imprese hanno avuto impatti pesantissimi per la pandemia: si consideri che abbiamo attivato ammortizzatori sociali per oltre 16.000 lavoratori. Ancora un certo numero di aziende registra incertezze, altre invece hanno ripreso il loro business in modo deciso e ci chiedono sostegno allo sviluppo.

Parliamo del blocco dei licenziamenti. Si tratta di un tema di grande attualità, ma che secondo voi interessa poco il mondo delle piccole e medie imprese: può spiegarci perché?

Nelle PMI il lavoratore è effettivamente la risorsa primaria dell’impresa. Il rapporto tra capitale e lavoro, tipico delle grandi imprese, lascia spazio al rapporto tra le persone che risulta centrale. L’imprenditore, spesso anche proprietario, condivide il lavoro con il proprio staff. Ogni crisi che porti a licenziamenti è un momento traumatico per l’impresa stessa che si trova costretta a privarsi di risorse importanti. Nella nostra esperienza, una PMI fa il possibile per mantenere l’organico e nel caso in cui ciò non sia possibile vive in modo complesso ogni ingerenza nel proprio operato.

Quali sarebbero invece i provvedimenti attesi dalle PMI per rilanciare il business dopo le difficoltà pandemiche?

Le imprese vivono di mercato e di business. Le PMI non sono alla ricerca di sostegni infiniti, che vanno bene nel momento di pronto soccorso ma non contribuiscono a sviluppare le capacità di competizione. Le PMI cercano innanzi tutto flessibilità nei rapporti di lavoro (le rigidità sui contratti a termine hanno costituito un gravissimo problema), semplificazioni vere con la PA, infrastrutture fisiche e tecnologiche specialmente in alcune aree del Paese, sostegno alle proprie attività nei mercati esteri, supporto allo sviluppo tecnologico. Sono solo i principali temi nel libro dei sogni di ogni imprenditore.

Veniamo al fenomeno dello smart working: il covid-19 ha prodotto una grande accelerazione su questo fronte, ma anche in questo caso il consolidamento del lavoro agile sembra avvenire perlopiù nelle grandi organizzazioni. Quali scenari vi aspettate nelle PMI per il prossimo futuro?

Nella pandemia non abbiamo conosciuto lo smart working ma una sua brutta copia, un lavoro obbligato in cui l’ufficio si era trasferito a casa in spazi spesso inadeguati. Oggi il lavoro agile deve riappropriarsi delle sue peculiarità: sostenere la competitività per l’azienda e favorire l’armonizzazione dei tempi professionali e privati per i lavoratori. Sono esigenze che non guardano tanto alla dimensione dell’azienda quanto alla sua capacità di saper essere agile a sua volta. Avere modelli adattabili alle nuove necessità. Le imprese più lungimiranti hanno capito che è meglio fare investimenti, in caso di sviluppo delle attività, sui “metri quadrati tecnologici” più che su quelli delle proprie sedi e stabilimenti. I primi saranno sempre in linea con le necessità del mercato, i secondi subiranno rapida obsolescenza. Il tutto con l’equilibrio ovvio che serve nelle cose. Consiglierei ad un imprenditore di rivedere rapidamente i suoi modelli organizzativi lasciando maggior spazio alla condivisione e alla cooperazione per consentire alle proprie risorse di dare il meglio di sé e non solo eseguire un compito assegnato. Lo smart working è solo l’elemento conclusivo di una mutazione paradigmatica in azienda.

Con l’avvento del coronavirus abbiamo assistito a cambiamenti economici e sociali epocali nel mondo del lavoro. Quali indirizzi strategici di lungo termine possiamo seguire per non sprecare questa crisi e prepararci meglio al futuro?

Il PNRR traccia le linee per il prossimo sviluppo: tecnologia, infrastrutture, sostenibilità sono le linee guida su cui operare. Ogni Paese dovrebbe cercare nella propria storia l’identità che lo ha caratterizzato nel mondo e recuperarne gli insegnamenti e su quelli costruire la capacità competitiva. Il rischio è che i “buoni propositi” fatti durante la pandemia finiscano con questa e che la memoria dell’accaduto sia rimossa. Sarebbe un danno enorme perché impedirebbe di avere una gestione allargata e lungimirante di problemi globali. Anche la più piccola delle imprese vede il suo futuro legato non solo alle capacità dell’imprenditore e del suo staff ma al contesto generale in cui vive. In questo scenario dobbiamo tener presente che le persone si trovano al centro della trasformazione digitale, di conseguenza vanno supportate anche con attività di formazione continua di fronte all’emergere di nuovi lavori e ruoli. Oggi le aziende hanno una grande opportunità per investire sulla competitività grazie a diverse tipologie di strumenti di formazione finanziata di cui spesso non conoscono meccanismi e vantaggi. Tra questi, i fondi interprofessionali, il nuovo bonus formazione che rientra nel piano nazionale Impresa 4.0 e il fondo nuove competenze.

Articolo di: Blastingnews.com

 

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